Portiere: che brutto mestiere (?)

Da Campos a Chilavert: perché portiere fa rima con follia

di Nicolò Premoli, @NicoloPremoli

Portiere: il ruolo più bistrattato, il ruolo più controverso, il ruolo più difficile da interpretare nel mondo del calcio. C’è chi nasce con i piedi buoni e chi con polmoni d’acciaio ma quelli che nascono con i guantoni addosso sono pochi. Quando si è più piccoli non sono in tanti a volere stare in porta: ci si inventano le trovate più diaboliche o gli infortuni più assurdi per non finire in mezzo ai pali (che poi, parlare di pali è troppo riduttivo: a volte erano due felpe accatastate alla rinfusa, a volte un albero e una bicicletta, altre due bidoni della spazzatura).

Alzi la mano chi non ha mai giocato su un terreno simile…
Passano gli anni ma la musica non cambia affatto: campo di calcetto qualsiasi, ora imprecisata, la fatidica frase “Chi tocca per ultimo la traversa va in porta”: è in quel momento che ti accorgi di essere ancora in mutande o al telefono con una fidanzata che teme tu la stia tradendo con un pallone e nove (sempre se non manca qualcuno) amici. E’ un gioco subdolo, quasi come una mano di poker: sai già che perderai, accenni la corsa disperata verso l’agognata meta bluffando clamorosamente, ma i tuoi compagni di squadra sono già là con le mani ben stampate sulla traversa, con il loro tris d’assi, e con un sorriso che è tutto un programma. Non resta che dire le magiche parole “OK, vado io. Ma si cambia ad ogni gol fatto o subito”. Sappiamo tutti che non sarà così, sappiamo tutti che in porta dovremo starci per almeno una ventina di minuti. Se tutto va bene e se non facciamo errori degni del peggior Goicochea.

Che squadra scegli?

Quando ero ancora un ragazzino giocavo talvolta a qualche videogame calcistico su consolle o magari alla sala-giochi e spesso sceglievo il Messico. “Perché?”, direte voi: voglio dire: il Brasile e l’Argentina erano due corazzate e talvolta anche l’ultima delle riserve era più forte della media di un’altra squadra, nell’Italia c’erano dei fenomeni come Baggio e la Germania pareva avere il muro di Berlino al posto della difesa. Bene, il Messico faceva parte del gruppo delle squadre che amo definire “medie”: non spiccava in nessun ruolo tranne in uno, tranne in quello fondamentale per il risultato finale: quello del portiere. In porta c’era quel fenomeno di Jorge Campos, un metro e settantatré di altezza. Una stranezza se pensiamo all’altezza media dei portieri odierni.

Semplicemente inconfondibile
Si notava subito perché era più basso di qualsiasi altro giocatore della tua squadra e ogni volta che arrivava un pallone alto in area temevi non potesse nemmeno arrivarci. Lui volava e prendeva ogni cosa, sembrava una scheggia impazzita nell’area di rigore. Diventava magicamente più alto di tutti gli altri. Campos non era famoso soltanto per i suoi voli acrobatici ma anche per le divise che definire sgargianti è riduttivo: spesso si presentava con maglie che lo facevano apparire ancora più mingherlino caratterizzate da colorazioni talmente assurde che lo rendevano indistinguibile rispetto a compagni di squadra, arbitri, avversari e tifosi. Sembrava che la sua maglia fosse colorata con degli evidenziatori fluorescenti. Spiccava nel mezzo del campo come un falò in una spiaggia d’estate. E poi, la parte migliore: giocava anche in attacco. Sì, un portiere attaccante. Non un Chilavert che si limitava a battere le punizioni (tralaltro in modo magistrale) ma un attaccante vero e proprio (tant’è vero che molto spesso utilizzava la maglia numero 9). Ancora oggi su YouTube parecchi video raccontano le sue gesta: tra le urla dei commentatori sud-americani e le immagini sbiadite c’è un piccolo grande uomo che corre con i guantoni ancora sulle mani e con una maglia di un paio di taglie più grande; corre, come quando tra lo stupore generale a 8 anni si usciva dalla porta e si tirava una rasoiata con il Super Tele…poteva finire sopra il tetto di qualche casa, nel giardino del vicino o nella porta avversaria. Portieri come lui non ce ne sono più; oggi se gioco a FIFA scelgo sempre squadre “medie” ma un giocatore simile non si trova, non c’è più. Oggi sono io a finire spesso in porta, un po’ perché la tecnica non è il mio forte, un po’ perché a detta di altri non me la cavo malaccio. E quando sono tra quei pali provo a pensare ai voli di Campos e alle punizioni di Chilavert: due che in porta magari non volevano starci ma, per qualche scusa altrui, sono finiti in nazionale. E di certo tra quei due pali ci tornerebbero volentieri.

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