C'era una volta il calcio...e oggi?

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. (Pier Paolo Pasolini)

C'era una volta la domenica. No, non è l'inizio di una favola, quelle di solito finiscono con un "vissero tutti felici e contenti". Lasciatemi proseguire. C'era una volta una domenica in cui il calcio era sovrano assoluto della giornata e regnava sui pomeriggi di milioni di tifosi: Totogol o Totocalcio, se tra le mani avevi una schedina, alle 15 nessuno poteva schiodarti dalla confortevole poltrona di casa o dalla scomoda e fredda sedia di un bar, niente al mondo poteva interrompere quel rito quasi sacro della domenica di calcio. Quel rito che trasformava milioni di italiani in commissari tecnici, arbitri e allenatori tra chiacchiere, birre e insulti casuali.

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1 X 2? Tre simboli per cercar fortuna...
Tutto accadeva in quelle due ore dalle quindici alle diciassette in un tourbillon di scaramanzie e "gufate"; alle diciotto poi non poteva mancare quel jingle che ogni tanto, ancora dopo tanti anni, rigira nella testa: la sigla di Novantesimo Minuto. Tutti i goal, un abbozzo di moviola per non rubare il mestiere a Biscardi il giorno successivo. Accadeva tutto in due ore tranne il posticipo della serata che riservava il più delle volte la partita più importante, la partita decisiva per la schedina, per il fantacalcio e per il proprio fegato: quella partita che poteva trasformarti in un miliardario (dopo che avevi azzeccato le partite della C1, sia chiaro) o più semplicemente poteva rendere il lunedì mattina più sopportabile e regalare qualche sfottò all'avversario superato in rimonta con un goal rubato ad un compagno di squadra. C'era poi chi la domenica la viveva allo stadio, il vero tempio del calcio…le pay tv? Sì, esistevano ma non erano così invadenti: un paio di canali, forse più, ma in famiglia l'unico ad avere TELE+ era magari lo zio di Milano che certo non era facilmente raggiungibile e oltretutto non sopportavi. Ed allora ecco la voglia di andare allo stadio qualunque fosse il tempo tra le ire dei genitori che temevano potessi diventare un delinquente e lo stupore di fidanzate troppo protettive che volevano più semplicemente fare due passi nel centro città.

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Stadio: teatro del calcio (?)

Lo stadio: quell'arena dove si vive sulla propria pelle tutta la partita dal riscaldamento al ritorno negli spogliatoi, quel luogo dove ci si perde tra grida, canti e pianti per la propria squadra. Il fascino delle gradinate è impagabile, non bastano mille telecamere per farti vivere certe emozioni vissute tra le potenti luci dei riflettori o sotto una pioggia primaverile. Questo calcio non c'è più, ha cambiato casa e indirizzo: adesso tutto si vive tra mille inquadrature, turni di campionato spalmati su tre giorni, riprese negli spogliatoi e dopopartita di replay analizzati fino alla nausea. Un calcio moderno ci sentiamo dire, un calcio che ha perso il suo fascino rispondo io. Il calcio della domenica è passato da re a vassallo: vassallo di interessi economici preponderanti e spettacolarizzazioni degne del peggior circo di provincia; talvolta mi pare che non si tratti più di un rito ma di un'incombenza, senza dubbio non un piacere. Di certo non aiuta la mediocrità che si vive in serie A di questi tempi: i campioni arrivano con il contagocce e spesso quando la loro parabola è ormai discendente, le squadre fanno di tutto per non prenderle e portare a casa un misero punto, lo spettacolo vive fasi di stanca a tratti insormontabili. Il catenaccio regna in quello che era il "campionato più bello del mondo". Credo che oggi Pasolini storcerebbe il naso di fronte a tutto questo, ad un modo di vivere la domenica come un giorno qualsiasi speso tra le tante (troppe) commissioni quotidiane dove anche il calcio va di fretta e non guarda in faccia a chi non paga il biglietto. Un calcio che ha smesso di essere rito per diventare merce di scambio tra magnati televisivi e presidenti fin troppo attratti dal vil denaro. Un calcio che non ruba più i mariti alle scampagnate domenicali. Il calcio muore ogni volta che si guarda a quello che succede fuori dal campo, fuori da quel rettangolo d'erba dove dovrebbe giocarsi uno sport tra gentiluomini...in attesa di una nuova primavera, in attesa che un raggio di sole laceri la fitta nebbia calata sullo sport.
Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po' ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale! (Pier Paolo Pasolini)

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