Da qualche tempo a questa parte, come se si trattasse di una consuetudine, qua e là in Europa spuntano ricchi sceicchi, dai nomi improbabili per noi europei, desiderosi di "investire" (si sa, nel calcio il rischio di sbagliare c'è anche per chi, direbbe l'avventore del bar, "ne ha da buttare via") qualche miliardo in eccedenza: quei miliardi che né Ferrari ultimo modello, né alberghi a 12 stelle hanno saputo calamitare. Arrivano, sborsano e si siedono in tribuna cercando di capire come funzioni il tutto. Mi sono sempre chiesto se si possa parlare di vero calcio in queste occasioni: davanti ad un budget quasi infinito, giocatori pagati all'inverosimile, stadi tirati a lucido o ricostruiti completamente si vive il vero football o soltanto uno spettacolo con attori di primo livello e una trama già scritta in partenza? Io, senza dubbio alcuno, voto la seconda opzione. Lontano dai blasonati palcoscenici di metropoli chiassose e moderne si celano piccole arene dove gli attori, quelli bravi, sono pochi e la trama è tutta da inventare. Sono i teatri di provincia: piccoli, pieni di polvere, talvolta caduti in disgrazia, ma pieni di storie da raccontare. 1974: il Leeds United vince il campionato; l'allenatore Don Revie porta in trionfo la squadra dello Yorkshire. "English football at its finest" verrebbe da dire: nelle piccole città di provincia disperse qua e là sull'isola si consumavano ogni domenica lotte all'ultimo tacchetto, sfide che avrebbero meritato ben altra visuale, ben altri teatri per l'appunto. Un calcio puro, genuino, brutale, dove non si va certo per il sottile e dove l'arbitro, diremmo noi italiani, lascia giocare fin troppo. Un calcio dove spesso si finisce nel fango e dove i legamenti hanno vita breve.
Fango, sudore e pioggia: il calcio inglese è anche questo
Quello che successe a Leeds a metà degli anni '70 è stato dipinto nel film "Il Maledetto United", con colori crudi e tinte nostalgiche su un modo di fare calcio che non c'è più. In quegli anni, all'ombra di Revie, un altro allenatore cercava disperatamente di uscire allo scoperto, di ricevere la sua parte da protagonista: stiamo parlando di Brian Clough. La sfida fra i due fu un alternarsi di indifferenza, accuse reciproche e accese polemiche: c'era una rivalità sottile, un desiderio di rivalsa da parte di Clough nei confronti del più navigato Revie che sì vinse, ma proponendo un gioco dove il fairplay era soltanto una parola sbiadita incisa su un lurido muro di mattoni in periferia. Clough allenava il Derby County, una squadra delle Midlands inglesi che nel 2008 registrò il peggiore risultato nella storia della Premier ma che seppe far sognare il proprio pubblico a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Il manager inglese seppe azzeccare gli acquisti giusti alternando l'esperienza alla freschezza e alla frenesia dei giovani: al terzo tentativo in First Division (di Premier non si parlava ancora) arrivò lo scudetto e una città di 200.000 abitanti, immersa nel cuore dell'Inghilterra, conobbe gli onori della cronaca dopo una cavalcata magistrale. Clough provò a seguire le orme di Revie approdando in un Leeds che, come un amante fedele, viveva ancora sul ricordo del vecchio allenatore e rese la vita impossibile al giovane venuto dalla provincia. Brian Clough tuttavia seppe rifarsi, vincendo pure una Champions, in un'altra squadra il cui nome dice tanto: il Nottingham Forest. Ma questa è un'altra storia...
Clough con la Champions conquistata nel 1980
Facciamo ora un salto sul continente, in lidi decisamente più miti e meno piovosi: sbarchiamo in Spagna. Qui il binomio Barcellona-Real rende la vita di altre squadre decisamente più difficile, trasforma la possibilità di sognare in un esercizio di follia ma, come dicono i più anziani, "nel calcio tutto può succedere" e la Spagna in questo non fa eccezione alcuna. Facciamo un piccolo passo indietro nel 2009: il Real (tra gli altri) può contare su giocatori del calibro di Raul, Van Nistelrooy e Cristiano Ronaldo; una squadra costruita per vincere, e farlo sempre. Siamo ai 32esimi di finale della Coppa del Re, un appuntamento fastidioso per chi punta a campionato e Champions, un'incombenza sgradita per le squadre più blasonate. Il Real pesca una squadra madrilena di Segunda Division (la nostra serie C per farla breve) che non ha né grandi campioni né la Champions da giocare: l'Alcorcon. Per dirne una, lo stipendio annuale medio dei giocatori dell'Alcorcon è pari a quanto Cristiano Ronaldo guadagna in un solo giorno. Provate ad immaginare di essere un giocatore di questa piccola squadretta e ricevere la notizia del sorteggio: per prima cosa sentireste una fitta allo stomaco poi però arriverebbe il desiderio di rendere difficile la vita ai cugini più blasonati, non dico di vincere ma almeno di lottare su ogni pallone. Il 27 Ottobre si consumò un'impresa memorabile, roba da raccontare ai nipoti: l'Alcorcon sconfisse il Real e non con un goal di scarto allo scadere ma con un secco 4-0 che fece il giro del mondo. La provincia povera sconfisse la metropoli ricca, Davide centrò in pieno Golia. Pellegrini, allenatore del Real, accelerò il suo licenziamento mentre il mondo intero si fece beffa dei galacticos. Uno dei tanti titoli usciti all'indomani della sconfitta del Real[/caption] "E l'Italia?" direte voi. Noi italiani non siamo certo da meno quando si parla di imprese calcistiche. Quel Chievo che ancora oggi, nel 2013, naviga in serie A è ormai solo uno sbiadito ricordo di quello che si affacciò al calcio che conta nell'ormai lontano 2001: dopo il terzo posto della B arrivò un incredibile quinto posto e il tutto senza nomi altisonanti e pagati a peso d'oro. Si parlò tanto di miracolo Chievo, di una vicenda inedita in un calcio, quello dei primi anni 2000, dominato da acquisti folli e fideiussioni truffaldine. Ce ne sarebbero ancora tanti di esempi da fare qua e là nel mondo calcistico ma servirebbe forse la penna di un giornalista in carriera e lo spazio di un romanzo di Nabukov. Qui in provincia però lo spazio è ridotto e lo stile è quello che è: rude, senza troppi fronzoli e arzigogoli, ma forse pieno di speranze e sogni...quei sogni che spesso sono affogati da un modo di vivere la propria esistenza sregolato e fin troppo intenso, un modo di vivere dove i teatri di provincia, lentamente, si svuotano.
Il senso del calcio è che vinca il migliore in campo, indipendentemente dalla storia, dal prestigio e dal budget. (Johan Cruijff)