Empoli, la rinascita di Salih Ucan

Empoli, la rinascita di Salih Ucan

Si può ancora sperare di rivedere il turco ex-Roma su buoni livelli?

di Damiano Fagotti, @damiano_fagotti

La parabola calcistica di Salih Ucan, se non tra le più entusiasmanti, può sicuramente essere annoverata tra le più intriganti e curiose delle ultime stagioni del calcio nostrano. L’approccio dei più sognatori di noi al talento del turco, infatti, sembrerebbe quasi rappresentare un aspetto intimo della nostra personalità, capace di trascendere da quello che è il rettangolo verde di gioco. Ucan, infondo, con quelle sue acconciature particolari e la sua “aristocrazia” quasi fastidiosa nella gestione del pallone, sembra infatti rappresentare la nostra incapacità di arrenderci all’evidenza di una realtà spesso deludente ma vera; il nostro rifiutarci, almeno in parte, di ammettere che Ucan, in realtà, non è poi così forte come credevamo. Lo stesso turco poi, come fosse conscio di questa nostra intima adorazione verso il suo esotismo, la sua fastidiosa eleganza e verso tutto ciò che questo rappresenta, riappare quasi con fare superbo sui nostri teleschermi e nella nostra testa proprio quando, finalmente, stavamo per dimenticarci di lui.

Come nelle migliori sceneggiature passionali infatti, l’irrealizzato Salih Ucan è tornato a solcare il campo della nostra massima serie nel rocambolesco pareggio esterno del suo Empoli a Frosinone, vestendo proprio la maglia azzurra contro la quale, appena tre anni e quattro giorni prima, aveva giocato la sua ultima partita con la Roma di Rudi Garcia.

LA PARABOLA DI UCAN: DAI TITOLI DI ESPN AL DIMENTICATOIO

Eppure qualcosa dovrà pure aver fatto Salih Ucan per essersi meritato, in quello che sembra ora un lontanissimo 2014, le attenzioni di tutti i media italiani ed esteri. Il talento turco piomba come un fulmine a ciel sereno (o forse come una maledizione, a ognuno l’interpretazione che sente più adeguata) sul calcio italiano in quarto di finale di Europa League del 2013 tra il Fenerbahce, allora orgoglioso detentore del cartellino, e la Lazio. Basteranno quei venticinque minuti a convincere Walter Sabatini (e chi se non lui), allora direttore sportivo dell’altro club capitolino, a portare il turco in Italia per arricchire un centrocampo già particolarmente forte come quello della Roma 2014/2015 (Ucan si aggiunge a Pjanic, De Rossi, Keita, Nainggolan e un giovane Paredes).

Sembrava arrivata in Italia una stella. Dal canto suo, Ucan, non faceva niente per frenare le attese sul suo conto, rilasciando interviste in cui afferma di ispirarsi a mostri sacri come Lampard e giocando partite di ottimo livello nell’International Champions Cup, ormai abitudinaria tournée a stelle e strisce a cui partecipano spesso i nostri club più forti e conosciuti.

La realtà, fredda e disillusoria con lui come con pochi altri, gli presenterà il conto di lì a poco. In Serie A Ucan gioca pochissimo, alimentando qualche tacita polemica sulla sua gestione da parte di tutta quella schiera di esotici sognatori che ha il suo vertice ideologico proprio in Walter Sabatini (che dirà addirittura di essere pronto a riscattarlo per quella folle cifra di 11 milioni di euro che, però, il Fenerbahce non vedrà mai).

Alla polemica subentra dunque l’almeno parziale rassegnazione, soprattutto quando il giovane turco, alla sua seconda stagione capitolina, incontra sulla sua strada un allenatore poco sperimentatore e molto pragmatico come Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo, neanche troppo velatamente, giustificherà gli zero minuti giocati dal turco sotto la sua gestione dicendo quello che tutti sapevamo ma che nessuno voleva sentire: Ucan non è adeguato al nostro calcio. D’altronde, le difficoltà di ambientamento in un ambiente storicamente difficile come quello della capitale, la sua incapacità di comunicare in italiano e, non per ultime, le difficoltà fisiche di un giocatore tecnico quanto fine a sé stesso e poco propenso al sacrificio erano evidenti anche al più illuso degli spettatori.

E infatti Ucan, al termine di quella stagione, saluta la capitale con un bagaglio di poco più di 300 minuti giocati in ben due anni di Serie A. Finirà nel dimenticatoio tra le esperienze al Fenerbahce da “figliol prodigo” e al Sion, accomunate entrambe da tanta panchina e qualche sprazzo del giocatore che, solo qualche anno prima, aveva stregato mezza Europa.

Infine, Empoli. Empoli dove ritrova Andreazzoli, che non lo ha mai allenato ma lo ha visto spesso a Trigoria e lo apprezza molto. Empoli dove ritrova l’Italia, questa volta entrando nello stivale dalla porta di servizio, in punta di piedi. Empoli dove, ancora una volta gioca poco e non trova continuità, dove combatte con degli infortuni alla caviglia che lo tormentano da quando ha lasciato la Roma. Empoli con la quale maglia, domenica, è tornato a giocare realizzando, con tutta probabilità, uno dei gol più belli dello scorso turno di Serie A.

DUNQUE, DOBBIAMO CREDERE ANCORA IN UCAN (ANCHE AL FANTACALCIO)?

Se è vero che fino a quando la palla, mal respinta dalla difesa del Frosinone, non era piovuta sul suo esterno destro la risposta negativa sarebbe stata scontata, ora, anche analizzando con uno sguardo d’insieme la sfida salvezza pareggiata proprio dal turco, il quesito sembra essere, ancora una volta, lecito.

Nei trentaquattro minuti in cui Ucan ha sostituito un Miha Zajc esausto dalle fatiche con la sua nazionale, infatti, abbiamo visto un giocatore diverso, propositivo come poche volte finora e capace di realizzare, in poco più di mezz’ora, lo stesso numero di conclusioni che aveva registrato nei due anni giallorossi (tre, ndr). Con un tiro da fuori, una punizione pericolosa e il bellissimo gol, Ucan ha mandato un segnale forte e chiaro ad Andreazzoli: “Ci sono anche io“.

Al termine di un percorso di riabilitazione muscolare sulla forza dei legamenti della caviglia, come svelato dallo stesso mister dei toscani in un passo della sua conferenza nel post-gara, Ucan può dunque davvero candidarsi ad un ruolo da attore co-protagonista nel centrocampo empolese.

La sua tecnica nella gestione della palla può infatti diventare un fattore fondamentale nel centrocampo di una squadra, quella empolese, che si trova addirittura al sesto posto per percentuale di possesso (sopra a squadre molto più attrezzate come Milan, Fiorentina e Lazio) e al settimo per percentuale di passaggi completati (sopra Lazio, Atalanta e Sampdoria tra le altre).

Rimane però incognita la sua collocazione tattica, che idealmente sarebbe quella del trequartista ma che, nella realtà, vede Zajc come il titolare indiscusso della squadra toscana. Non è da escludere, comunque, se le sue prestazioni rimanessero inaspettatamente sul livello di Frosinone, che il turco possa convincere Andreazzoli ad intraprendere più spesso il passaggio ad un modulo con due trequartisti, già adottato contro la Roma, dove Ucan coesisterebbe con Zajc alle spalle di Caputo.

Senza avventurarci in soluzioni tattiche alternative, che finora Andreazzoli ha utilizzato solo nelle partite contro squadre di primo livello, sembra più possibile una stagione da alternativa di lusso tra mediana e trequarti, rientrando spesso nelle rotazioni per aggiungere palleggio e visione di gioco. Infondo, in modo furbo, lo stesso Ucan sembra non chiudere nessuna porta sulla sua collocazione tattica:

“Trequartista? Posso giocare in tutti e due i ruoli, sia lì che a centrocampo. Prima giocavo come mezz’ala, ma il mister mi vede bene anche dietro alle due punte.”

Insomma, credere ancora in Salih Ucan, nel 2018, può sembrare qualcosa di folle. Eppure è proprio nella follia ed in una presuntuosa capacità predittiva che molti fantacalcisti basano le proprie vittorie. Quella del turco, sulla carta, sembrerebbe la più classica delle scommesse perse, ma dopo la partita di Frosinone, in leghe molto numerose, forse poi tanto folle non è. Quantomeno, infatti, potreste vantarvi di far parte di quell’elite di visionari (o di illusi) che ancora crede in Salih Ucan.

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