Juve, ascolta Sarri: “È stato un anno pesante, sento il richiamo di casa”

Juve, ascolta Sarri: “È stato un anno pesante, sento il richiamo di casa”

L’ex tecnico del Napoli e attuale allenatore del Chelsea, con cui ha da poco vinto l’Europa League, ha aperto la strada per il ritorno in patria.

di Fabiola Graziano

Il prossimo allenatore della Juventus potrebbe essere davvero Maurizio Sarri. E stavolta l’indiscrezione non proviene dal web né da alcun giornalista, bensì dal diretto interessato che in una lunga chiacchierata con Vanity Fair ha detto di essere pronto a tornare in Italia per sedere su una panchina diversa da quella del Napoli.

LE DICHIARAZIONI DI SARRI

Sul richiamo dell’Italia: “Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo. È roba faticosa, la panchina. I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, ma non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero”.

Sull’attuale cambio allenatori in Italia: “E’ colpa del concetto di vittoria a ogni costo, un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti”.

Sulla leggendaria tuta che indossa in campo: “Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente”.

Sulle sue superstizioni: “Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono”.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy